Fandom: Supernatural
Titolo: Three Cigarettes
Personaggi/Pairing: John/Dean
Warning: incest, slash, lemon, public sex, handjob, dirty talk (and I mean DIRTY)
Rating: nc17
Wordcount: 4377 (non tutte di porno, mi dispiace, ma una buona percentuale)
Prompt p0rnfest #5: SUPERNATURAL Dean Winchester/John Winchester, Cheers darlin', you give me three cigarettes to smoke my tears away (Damien Rice) (prompter, ti amo, sposami, sono tua! Sigarette, daddycest e Damien Rice? OH GAWD.)
Note: Ai fini di questa fic, John e Dean fumano, perché js9wb0fiwuturgegjir (tradotto dal linguaggio della testa che cade sulla tastiera: è sexy as hell e so che non sono l'unica a pensarlo, vero Sprite? Btw, questa hai da recensirla qui, che su EFP nun ce va).
C'è anche un plot (sort of, nella prima parte). Plot, cosa ci fai nel mio p0rn? Vattene! Piantala di bulleggiarmi!
Ho sudato sette camicie per farli IC nonostante tutto, ma se non ci sono riuscita fustigatemi senza pietà, ci tengo a trattare al meglio questi due capolavori di personaggi.
First Cigarette
Non avere Sam con loro era uno schifo, nonostante tutti i litigi che avevano preceduto la sua partenza. A Dean mancava, John in più si sentiva in colpa, e il tutto era molto avvilente.
L'unica nota positiva? Adesso avevano sempre la stanza tutta per loro, e Dean era totalmente incapace di tenere le mani a posto. John non avrebbe dovuto esserne felice per una miriade di motivi, non ultimo il fatto che sperava ancora che Dean riuscisse ad allontanarsi da lui, a trovare qualcuno di migliore, qualcuno che, maledizione!, non fosse suo padre. Non poteva dire che il senso di colpa fosse sparito, non del tutto, ma ormai John aveva accettato con serenità il biglietto di sola andata per l'inferno. Il problema era che Dean rendeva la discesa decisamente attraente.
Quella mattina, per esempio, John stava finendo di aggiustarsi la cravatta (stavolta erano agenti federali) quando un fischio lo distrasse. Dean era ancora in boxer, seduto sul letto come se avesse avuto tutto il tempo del mondo.
- È un sacco che non ti vedevo tutto in tiro. - commentò tranquillamente. Ma lo scintillio malizioso dei suoi occhi e il modo in cui si passò la lingua sulle labbra erano tutt'altro che tranquillizzanti.
- Faresti meglio a muoverti. - ribatté John, senza però riuscire a staccare gli occhi dal modo francamente osceno in cui Dean era stravaccato sul letto. Non aveva mai capito come aveva fatto a crescere una tale puttanella.
- Alzati. - ringhiò - È un ordine.
Dean sorrise senza scomporsi e fece quanto richiesto. Si avvicinò a John fino a trovarsi a pochi millimetri dal suo volto, e gli soffiò sulle labbra un - Sissignore. - che fece a John cose che avrebbero dovuto essere illegali.
Nessuno avrebbe potuto dire che John non ci provasse, a resistere alle tentazioni, ma per voltare le spalle a Dean in quel momento sarebbe servita la tempra di un monaco. John lo afferrò per i capelli, costringendolo a reclinare il capo all'indietro, scoprendo la gola sulla quale ancora spiccava uno dei segni della notte precedente. Affondò il volto nell'incavo del suo collo.
- Cosa devo fare con te?
- Scoparmi non sarebbe una cattiva idea, per cominciare.
Quel ragazzo sarebbe stata la sua morte.
Sempre che non fossero morti prima per mano di qualche stronzo sovrannaturale, ovviamente. In quel caso, gli agenti Plant e Page (John giurava che le giovani generazioni erano davvero rovinate se non riconoscevano come palesemente falsa una simile accoppiata di nomi -Dean ovviamente era l'eccezione che confermava la regola, nonché lo spiritoso che fabbricava loro i documenti con alias sempre meno credibili) avevano ricavato ben poco dalla chiacchierata con la polizia locale, così si erano diretti verso la casa dell'ultimo degli scomparsi. Fin lì, niente di pericoloso (a parte rischiare la galera per aver impersonato degli agenti federali, ovviamente, ma ormai quello John non lo contava nemmeno più nei rischi).
Ad aprire fu una giovane donna, gli occhi rossi di chi non dorme da giorni, ma per il resto impeccabile in un tailleur grigio.
- È per Alec? - domandò immediatamente.
- Sì. Dovremmo fare qualche domanda. Lei dev'essere la sorella... Vivian, vero? - chiese Dean.
La donna gli rivolse un sorriso triste. - La cognata, ma per me è sempre stato come un fratello. Prego, entrate. - disse, facendo loro strada - Ah, a proposito, io sono Anne. Se non vi dispiace, posso rispondere io alle vostre domande. - rivolse loro uno sguardo contrito - Sono finalmente riuscita a convincere mia moglie a prendere un sonnifero, e non chiudeva occhio da quando Alec è sparito. Si sente responsabile.
Dean le rivolse uno sguardo comprensivo, e John ricordò in che condizioni era quando Sammy era sparito. Salvo che in quel caso Sam era scappato di sua spontanea volontà e a quanto pare se l'era cavata benissimo senza di loro, a giudicare da quanto gli era dispiaciuto lasciare Flagstaff una volta che l'avevano ritrovato.
- In ogni caso, - aggiunse Anne - se la colpa è di qualcuno, è mia. La polizia non ha voluto crederci. - sbuffò, visibilmente contrariata - Hanno detto che doveva essersi allontanato di sua spontanea volontà, ma io so che non è così.
- Si spieghi.
- Alec stava cercando di smettere di bere. - si morse il labbro inferiore e deglutì un paio di volte.
- Perché dice che la colpa è sua? - chiese John.
- Sono stata io ad insistere perché venisse a stare da noi. Ma stava andando tutto così bene! Questa è una piccola città, agente, tutti sanno tutto. Quindi quando abbiamo provato a denunciare la sua scomparsa chi hanno riso in faccia e ci hanno detto che l'avremmo ritrovato al bar. Ma Alec chiamava sempre me o Viv se sentiva di essere sul punto di cedere. Non credo sia solo andato ad ubriacarsi e poi si sia perso.
John e Dean fecero ancora qualche domanda, e tornarono al motel con qualche pista in più.
Dopo alcune ricerche, Dean esclamò: - Ce l'ho!
- Cos'è?
- Guarda. - indicò un punto sullo schermo del suo computer, nel mezzo di una mappa - Qui c'è una caserma abbandonata. E le sparizioni sono avvenute qui - indicò altri punti - qui e qui. È abbastanza vicina. E il referto dell'unico corpo ritrovato sembra corrispondere - aprì l'agenda e indicò la pagina - a quello che fa questo brutto figlio di puttana.
Un djinn. Uno stramaledetto djinn. Ogni cacciatore aveva i suoi nemici particolari: per Dean erano le streghe, per le quali non perdeva occasione di ribadire il proprio odio, e per John erano i djinn. Quei cosi gli davano i brividi in maniera più sgradevole di qualsiasi altra creatura. Un motivo in più per volersene liberare al più presto.
Uscirono di corsa e raggiunsero il posto in meno di dieci minuti.
Dean ghignò porgendogli uno dei due paletti. - Prego, serviti pure. Io vado a cercare Alec. È stato preso da poco, siamo ancora in tempo.
John pensò che un giorno avrebbe dovuto trovare il modo di esprimere quanto fosse fiero di Dean, del modo in cui la possibilità di salvare una vita lo metteva di buon umore, della dedizione totale con cui si buttava in ogni singolo caso, di quanto fosse un ottimo cacciatore e un essere umano meraviglioso.
Appena entrati nella caserma abbandonata si divisero.
- So che sei qui, brutto bastardo tatuato. Perché non vieni a prendermi... se ci riesci?
In linea generale, provocare una creatura abbastanza potente da spedirti in una realtà alternativa mentre ti succhiava via la linfa vitale era una pessima idea. Ma c'era una cosa che John aveva imparato nel corso degli anni, ed era che i djinn erano permalosi. Molto permalosi. E quando si sentivano offesi cercavano di fare scena più che di colpire accuratamente, rendendoli più vulnerabili. A John prudevano le mani dalla voglia di sentir colare il sangue di quel bastardo.
Nel frattempo Dean aveva trovato la sala dove il djinn teneva le sue vittime. Come avevano previsto, le prime due erano già morte. Ma ce n'era uno che ancora respirava, e, per quanto malridotto, Dean riconobbe il ragazzo delle foto che Anne aveva mostrato loro. Si affrettò a tirarlo giù.
- Viv? - mormorò il ragazzo, guardandosi intorno con occhi vacui.
- No, ma adesso ti portiamo da lei, va bene?
Alec sorrise e chiuse gli occhi, poi gli ai afflosciò fra le braccia. Dean rimase immobile per alcuni secondi. Erano arrivati in tempo, dannazione! Non potevano averlo perso così! Stupido, stupido ragazzo, perché aveva deciso di morire appena libero? E adesso sarebbe toccato a loro dirlo alla sorella, e non era affatto giusto. Dean scrutò il volto esangue come a volerlo accusare. Inghiottì il groppo che gli serrava la gola e si alzò proprio mentre John lo raggiungeva di corsa.
- Niente da fare. - comunicò, asciutto.
John si chinò sul corpo di Alec per ricontrollare eventuali segni di vita. Niente da fare, no.
Sistemarono quel casino, inventarono una scusa plausibile e avvertirono le autorità locali. Durante tutte le procedure, John si accorse di come Dean fosse assente, abbattuto.
Una volta usciti dalla casa di Alec (era stato Dean ad insistere per comunicare la sua morte di persona), poi, gli sembro ancora più frustrato e triste.
- Non possiamo sempre salvare tutti, Dean. - cercò di ricordargli John mentre si dirigevano verso il parcheggio.
Dean non rispose, ma si appoggiò a lui, quasi nascondendo il volto contro il suo petto. Dean 'no chick-flik moments' Winchester, che si sarebbe fatto tagliare un braccio piuttosto che farsi coccolare, figuriamoci in un luogo pubblico -per quanto deserta fosse la strada in quel momento. John gli passò un braccio intorno alle spalle e lo guidò verso la macchina.
Si appoggiarono alla fiancata e rimasero fermi, in silenzio nella notte per un'eternità, Dean con le mani in tasca e le spalle chine, lo sguardo ostinatamente rivolto in avanti a prevenire ogni contatto.
A John venne in mente un ragazzo che aveva combattuto con lui in Nam, uno di quelli che era anche tornato a casa. Ormai non doveva essere più un ragazzo, si ricordò John, doveva avere la sua età. Una volta l'aveva consolato mentre piangeva per non essere riuscito a salvare un suo compagno, gli aveva offerto una sigaretta (una delle poche rimaste asciutte in quel clima di merda, e per questo preziosissima) e gli aveva giurato di non raccontare a nessuno di averlo visto in quelle condizioni. Come se la guerra non avesse già ridotto uomini più maturi ed esperti di lui a masse singhiozzanti e disperate. Non gli piaceva ricordare quel periodo e tanto meno parlarne.
Affondò le mani nelle tasche della giacca e tirò fuori un pacchetto. Prese una sigaretta per sé e poi lo mise sotto il naso a Dean.
Questi alzò finalmente lo sguardo, scrutandolo con aria interrogativa.
- Prendi.
- L'ultima volta che mi hai beccato a fumare per poco non mi cacciavi. - ribatté Dean sospettoso - Cos'è questo cambiamento?
- Avevi quindici anni. - precisò John - C'è una certa differenza.
- Mi stai dicendo che posso smettere di nascondere le sigarette nella scatola di preservativi?
- Non mi fa particolarmente piacere, ma non sono esattamente l'esempio giusto per importi di smettere. - rispose John, accendendosi la propria.
- Tanto non è che arriveremo alla vecchiaia. - commentò Dean, prendendogli l'accendino.
L'istinto lo fece muovere così in fretta che John ci mise un attimo a realizzare di aver afferrato Dean per i polsi, inchiodandolo alla macchina e facendogli cadere per la sorpresa sigaretta e accendino. - Non dirlo neanche per scherzo. - ringhiò.
Ma Dean aveva smesso da tempo di lasciarsi spaventare dai suoi scatti d'ira. - Perché sai che è vero? Andiamo, papà, c'è un motivo perché fare il cacciatore non è un lavoro che viene col fondo pensione.
- Non voglio sentirti parlare di questo cose come se fosse tutto un gioco.
Dean si adombrò. - So benissimo che non è un gioco, signore. Conosco i rischi e li accetto, ecco tutto.
- Io non li voglio accettare! - protestò John, sapendo di essere incoerente. Era stato lui a trascinare i suoi figli in quella vita, e anche se era ancora certo che fosse meglio saperli preparati a qualsiasi cosa l'assassino di Mary avesse in mente, non poteva negare che ci fossero anche altri rischi. Sapeva anche che ormai, qualsiasi cosa avesse detto o fatto, Dean non avrebbe smesso di cacciare. Ma John non poteva contemplare l'idea che potesse succedergli qualcosa, era troppo importante per lui. Se si fosse messo a calcolare realisticamente i rischi probabilmente avrebbe rinchiuso Dean in una gabbia di ferro in mezzo ad un deserto di sale.
In qualche modo, Dean si era liberato della stretta sui suoi polsi e ora aveva preso le mani di John fra le sue. - Ho un certo rispetto per la tua intelligenza, - sbuffò - quindi non chiedermi di prometterti che non mi succederà mai niente, perché non lo farò. - il suo tono era ruvido, quasi scocciato, ma da suo figlio John non si sarebbe aspettato niente di diverso. Nessuna grande dichiarazione, nessuna promessa. Ma lo stava guardando dritto negli occhi senza lasciare le sue mani, rivelandogli probabilmente più di quanto non avrebbe voluto. Che aveva paura anche lui, che non ci teneva a morire giovane, che ancora di più lo spaventava l'idea di dover essere lui a seppellire John di lì a poco. E che erano tutti rischi che conosceva, e avrebbe continuato a correre. Era orgoglioso, testardo e maledettamente bravo in quello che faceva, e aveva John al suo fianco, e confidava di avere sempre le spalle coperte.
E... era intrappolato fra lui e la fiancata dell'Impala, le sue labbra erano vicine ad invitanti e John non chiedeva altro di poter baciare via il leggero broncio e le rughe di tensione sulla sua fronte.
Dean gli lasciò subito accesso alla sua bocca, inclinando il capo e aggrappandosi alla sua giacca. Tempo due minuti e si stava già strusciando contro di lui, premendogli addosso la sua erezione intrappolata nei jeans. John gli infilò un ginocchio fra le cosce, stuzzicandolo, e Dean gettò indietro la testa, iniziando a mormorare una trafila di oscenità. Quello era il segnale che Dean era definitivamente partito per il reame dei sensi e che non avrebbe sentito ragione prima di essere venuto una volta o due.
- Oh, cazzo, sì. Lo senti? - si strofinò contro la sua gamba - Potrei venire così - lo informò con voce strozzata - senza neanche toccarmi.
Gli affondò una mano fra i capelli e riprese: - Ma tu non lo vuoi, vero? Vuoi avere il tempo di spogliarmi, di guardarmi, vero?
Su questo, John non aveva niente da obbiettare in linea generale, perché sentire i contorni definiti di quei muscoli e il calore della sua pelle al di sopra dei vestiti non era neanche lontanamente abbastanza, ma se Dean continuava a parlare con quella voce ruvida e implorante allo stesso tempo John dubitava che avrebbe resistito abbastanza a lungo da spogliarlo.
- Brutta notizia per te, - continuò Dean - perché io non ho nessuna intenzione di aspettare. Voglio che mi scopi qui ed ora. - lo baciò rapidamente, quasi con violenza - Fottimi fino a farmi dimenticare anche il mio nome. - ordinò. Al che John perse ogni briciola di autocontrollo.
Lo afferrò per un braccio, allontanandolo bruscamente dalla macchina. Mentre cercava di infilare la chiave nella toppa si accorse che gli tremavano le mani. Quando finalmente ebbe aperto la portiera posteriore, spinse dentro Dean, e poi lo seguì. Muoversi in uno spazio tanto ristretto era una sfida, ma una che avevano già vinto più di una volta. Dean aveva già calciato via gli stivali, e John gli levò i pantaloni, incurante del fatto che da una parte gli erano rimasti intorno alla caviglia.
Si contorse per raggiungere lo scompartimento davanti, ma Dean lo fermò.
- 'Fanculo al lubrificante, papà, basta che ti muovi.
- Preferisco che tu sia in grado di camminare, domani.
Dean alzò gli occhi al cielo e stavolta lo lasciò fare, ma borbottò: - Come se non fosse mai successo.
- Sei il ritratto dell'impazienza!
- Sai com'è, ho tra le gambe la scopata migliore della mia vita e questo non si sbriga.
John avrebbe voluto ribattere qualcosa su quel complimento, ma anche il suo cervello non è che fosse poi troppo connesso in quel momento. Si lasciò strappare di mano la bottiglietta, e guardò Dean mentre se ne versava un po' sulle dita e poi iniziava a prepararsi. Era una cosa che a John di solito piaceva fare, e con calma, fino ad avere Dean che tremava ed implorava, ma doveva ammettere che anche guardarlo era dannatamente eccitante.
Non durò molto, però. Dean si versò dell'altro lubrificante sulla mano e poi la portò sulla sua erezione. John sibilò al contatto con la sostanza fredda e Dean commentò: - L'hai voluto tu.
- Taci.
- Sissignore. - rispose Dean, spalancando le gambe.
John entrò in lui con una sola spinta. Non perse tempo a fare piano o a cercare di essere gentile, ma iniziò immediatamente a muovere i fianchi. Dean veniva incontro ad ogni sua spinta, mugolando e ansimando.
- Così, così, così! - gli affondò le dita nei fianchi così forte che John era sicuro gli avrebbe lasciato i segni - Più forte! - quando John lo accontentò, Dean si sciolse in un miagolio inintelligibile, ma non durò a lungo: - Non me ne frega niente di camminare dritto, voglio sentirti fino alla settimana prossima, dio, sì, oh sì!
Se avesse avuto un briciolo di lucidità rimasta, John si sarebbe chiesto da chi avesse preso un linguaggio simile, perché lui aveva imparato ad imprecare nei Marines e aveva disimparato appena ne era uscito, e davanti ai suoi figli si era sempre trattenuto. Avrebbe pensato che dovevano essere stati i porno, Dean aveva sempre avuto una passione smodata per i porno. Questo, ovviamente, se avesse avuto una mente con cui concentrarsi. Invece quella stringa pressoché ininterrotta di sconcezze gli stava mandando come sempre una scia di brividi lungo la schiena. Non sarebbe durato ancora a lungo, ma Dean sembrava non avere nulla in contrario a giudicare dagli: - Non hai idea di cosa mi faccia, sentirti venire dentro di me... - gli allacciò le gambe dietro la schiena, tirandoselo impossibilmente vicino, e John fece appena in tempo a posare la fronte contro la sua prima di essere sconquassato da un orgasmo così intenso da lasciarlo quasi stordito.
- I suoni che fai quando vieni, non te ne accorgi nemmeno, vero, papà? E poi sono io la puttana, mmph- qualsiasi cosa stesse dicendo fu interrotta, inghiottita dal piacere.
Ci volle un bel po' prima che riuscissero a riprendere fiato, per non parlare del muoversi. Quando però lo fecero, sbottarono all'unisono: - Attento al sedile!
Second Cigarette
Ovviamente John aveva visto Dean flirtare con centinaia di ragazze. O, per la precisione, aveva visto centinaia di ragazze gettarsi letteralmente fra le sue braccia. Non che le biasimasse. Bastava che Dean fosse di buon umore e sorridesse un paio di volte e nel giro di mezz'ora si ritrovava coi numeri di tutte le cameriere del locale scritti sugli scontrini, sui tovaglioli, su ogni superficie disponibile.
Quando si trattava di tirare fuori informazioni a qualche testimone o ottenere favori per le indagini, poi, era decisamente utile, e John aveva imparato a conviverci. Non gli piaceva, ma nello stesso tempo non gli piaceva veder Dean buttare tutti i numeri delle cameriere appena usciti da un locale. La vita che facevano gli aveva tolto ogni possibilità di instaurare normali rapporti duraturi, e da quando aveva anche smesso di buttarsi tra le braccia di ogni donna che incontrava, John sapeva che era ancor meno probabile che un giorno Dean riuscisse a staccarsi da lui, a mettere su famiglia, a superare quella che era stata la loro vita fino a quel momento.
- Perché continui a buttarli?
Dean si strinse nelle spalle. - Che me ne faccio?
- Be', - John si sforzò di mantenere un tono leggero - non devo essere io a spiegartelo, no?
- Non è che non ti ricordi più, vecchio mio? - Dean gli rispose a tono, ma il suo sguardo si era fatto improvvisamente distante.
Quando arrivarono al motel, Dean non lo seguì in camera. Bene, John gli avrebbe lasciato il suo tempo. L'avrebbe fatto, davvero.
Dopo dieci minuti era fuori. Dean doveva essere rimasto lì, perché non aveva sentito il rumore della loro bambina. Infatti lo trovò seduto sulle scale di metallo di un'uscita di emergenza, i gomiti poggiati sulle ginocchia.
- Che fai? - chiese John.
- Pensavo.
- A cosa?
- Quando dici che ti va bene se esco con altra gente... - Dean soffiò una nuvoletta di fumo, e John non poté fare a meno di notare quanto fosse bello, il profilo virile illuminato dalla pallida luce di un neon lontano, le labbra strette intorno alla sigaretta e le lunghe ciglia abbassate sugli occhi.
- Lo pensi davvero? - domandò infine Dean, senza voltarsi a guardarlo.
John avrebbe dovuto prevederlo. Suo figlio era troppo sveglio per il suo stesso bene, a volte. - No. - ammise. Raramente in vita sua una singola sillaba gli era costata tanto, ma dopo averla pronunciata si sentì sollevare un peso dal petto.
- No. Non vorrei vederti con nessuno che non sia io. Ma non mi sembra giusto importi-
- Per dio, John! - sbottò Dean, sorprendendolo. Erano rare le volte in cui lo chiamava per nome, e John aveva imparato che era sinonimo di guai, erano i momenti in cui Dean cercava di prendere le distanze, di non chiamarlo 'papà' perché era troppo poco e non era ancora abbastanza, né lo chiamava 'signore' perché non erano questioni di caccia.
- Forse non te ne sei accorto, ma non sono più un bambino. Non c'è niente che tu possa impormi, se io non lo voglio. I tuoi ordini, li seguo perché so che sai quello che fai, perché mi fido. Così per il resto. Vedi di superare questi maledetti sensi di colpa. - lanciò via la sigaretta ormai terminata e si voltò a guardarlo negli occhi per la prima volta - Ammettiamolo, la nostra vita è uno schifo. Almeno non complichiamocela più del dovuto, okay? Se... se è perché ci hai ripensato però devi dirmelo. - gli chiese, deciso ma con un sottile, quasi impercettibile, tremore nella voce - Onestamente, pa', questo me lo devi.
Ripensato? Ripensato a cosa esattamente? John non era così innamorato dai tempi di Mary e sì, nella sua testa il tutto suonava ancora atrocemente sbagliato, ma non poteva lasciar credere a Dean che non lo volesse più.
Gli prese il volto fra le mani e lo baciò teneramente, resistendo ai suoi assalti disperati. Voleva prendersi il suo tempo, tenerlo fra le braccia e mostrargli quanto fosse prezioso per lui come a parole non sarebbe mai riuscito a fare. Voleva sentire il sapore di tabacco sulle sue labbra e ascoltare il suo respiro, voleva tenerlo al sicuro anche solo per qualche minuto.
Third Cigarette
Il suono emesso da Dean non avrebbe potuto essere catalogato altro che come un ringhio, la minaccia di un animale feroce che vede minacciato il suo territorio.
John si voltò appena in tempo per vedere che la sua espressione non era meno minacciosa, prima di ritrovarsi con un suo braccio intorno alla vita, la mano sul suo fianco un po' più in basso di quanto non sarebbe stato appropriato.
La donna con cui stava parlando li guardò per un istante e poi si allontanò, rientrando nel diner così in fretta da far pensare ad una fuga.
- Dean, cosa-
- Non credo che provarci con la bionda del tavolo accanto rientri nei nostri accordi.
John alzò gli occhi al cielo, divertito e solo vagamente esasperato. - Non ci stavo provando.
- Ma lei ti stava mangiando con gli occhi.
- Dean! Le ho solo chiesto se aveva da accendere, dato che il mio ultimo zippo è finito in una tomba perché qualcuno - scoccò un'occhiataccia a Dean - non si è ricordato di comprare i fiammiferi.
Il ragazzo ignorò il rimprovero e proseguì. - La scusa più vecchia del mondo per provarci, papà. Ovvio che poi la poverina si sia fatta l'idea sbagliata. - tirò fuori dalla tasca il suo accendino e lo avvicinò alla sigaretta che John aveva fra le labbra - Soprattutto con un pezzo d'uomo così davanti. Le donne ci perdono la testa, per il bel tenebroso.
John rise sotto i baffi. - Solo le donne?
Per tutta risposta Dean gli fece scivolare una mano sotto la maglietta, iniziando ad accarezzargli il fianco, facendo scivolare il dita lungo il profilo del bacino e arrivando appena a sfiorare l'orlo dei pantaloni per poi ritirarsi. Un attimo dopo John si ritrovò premuto contro il muro nella viuzza dietro il diner, le mani di Dean che annaspavano sulla sua cintura e poi si gli si insinuavano nei boxer e si stringevano intorno al suo sesso già eretto.
- Oh. - commentò Dean - E questo è per me o per la bionda?
- Fanculo, Dean.
- Magari più tardi, eh? - gli soffiò contro il collo. Lasciò una scia di baci umidi lungo la linea della sua mascella e sul collo. Si fermò a mordere e succhiare il punto in cui il collo si congiungeva con la spalla, facendolo tremare di piacere e staccandosi solo per mormorargli: - Quando avrò finito ti resterà il segno per giorni.
John non era abituato a trovarsi in quella posizione, ma, oh, Dean sapeva come tenerlo fermo con quella bocca e quelle mani. Una si muoveva con lentezza esasperante sulla sua erezione, il pollice a stuzzicargli la punta in quel modo che lo mandava fuori di testa, mentre l'altra si era insinuata nella tasca posteriore dei jeans e lo artigliava con forza, impedendogli di muovere i fianchi come avrebbe voluto.
Quando gli sfuggì un gemito, Dean si affrettò a tappargli la bocca con un bacio. Baciava esattamente come combatteva, senza risparmiarsi e buttandosi sempre avanti. Ma John sapeva come prenderlo, una mano dietro il collo a tenerlo fermo e la lingua contro la sua, i denti contro le sue labbra, non abbastanza forte da fare male, ma quel tanto che bastava per lasciarle arrossate e invitanti. Inghiottì i mugolii di Dean e i propri, i suoni attutiti nel bacio per non rischiare di essere sentiti. L'orgasmo lo colpì a sorpresa quando Dean accelerò i suoi movimenti, e John sentì tutti i muscoli del proprio corpo cedere al piacere. Solo l'essere schiacciato fra Dean e il muro gli impedì di perdere l'equilibrio, mentre il respiro gli rimaneva intrappolato nei polmoni e brividi caldi gli risalivano lungo il bassoventre.
- Cazzo, Dean.
- Mh-mh. - sussurrò questi sornione - Meglio chi sa come maneggiarlo a dovere, vero? Niente più biondine?
- Se questo è il risultato, penso che ne troverò una ogni sera. - lo prese in giro John, riabbottonandosi i pantaloni.
- Dovrò impegnarmi di più, allora.
- Io direi di portare questa discussione al motel, eh?
Il sorrisetto compiaciuto di Dean era una risposta più che sufficiente.
Titolo: Three Cigarettes
Personaggi/Pairing: John/Dean
Warning: incest, slash, lemon, public sex, handjob, dirty talk (and I mean DIRTY)
Rating: nc17
Wordcount: 4377 (non tutte di porno, mi dispiace, ma una buona percentuale)
Prompt p0rnfest #5: SUPERNATURAL Dean Winchester/John Winchester, Cheers darlin', you give me three cigarettes to smoke my tears away (Damien Rice) (prompter, ti amo, sposami, sono tua! Sigarette, daddycest e Damien Rice? OH GAWD.)
Note: Ai fini di questa fic, John e Dean fumano, perché js9wb0fiwuturgegjir (tradotto dal linguaggio della testa che cade sulla tastiera: è sexy as hell e so che non sono l'unica a pensarlo, vero Sprite? Btw, questa hai da recensirla qui, che su EFP nun ce va).
C'è anche un plot (sort of, nella prima parte). Plot, cosa ci fai nel mio p0rn? Vattene! Piantala di bulleggiarmi!
Ho sudato sette camicie per farli IC nonostante tutto, ma se non ci sono riuscita fustigatemi senza pietà, ci tengo a trattare al meglio questi due capolavori di personaggi.
First Cigarette
Non avere Sam con loro era uno schifo, nonostante tutti i litigi che avevano preceduto la sua partenza. A Dean mancava, John in più si sentiva in colpa, e il tutto era molto avvilente.
L'unica nota positiva? Adesso avevano sempre la stanza tutta per loro, e Dean era totalmente incapace di tenere le mani a posto. John non avrebbe dovuto esserne felice per una miriade di motivi, non ultimo il fatto che sperava ancora che Dean riuscisse ad allontanarsi da lui, a trovare qualcuno di migliore, qualcuno che, maledizione!, non fosse suo padre. Non poteva dire che il senso di colpa fosse sparito, non del tutto, ma ormai John aveva accettato con serenità il biglietto di sola andata per l'inferno. Il problema era che Dean rendeva la discesa decisamente attraente.
Quella mattina, per esempio, John stava finendo di aggiustarsi la cravatta (stavolta erano agenti federali) quando un fischio lo distrasse. Dean era ancora in boxer, seduto sul letto come se avesse avuto tutto il tempo del mondo.
- È un sacco che non ti vedevo tutto in tiro. - commentò tranquillamente. Ma lo scintillio malizioso dei suoi occhi e il modo in cui si passò la lingua sulle labbra erano tutt'altro che tranquillizzanti.
- Faresti meglio a muoverti. - ribatté John, senza però riuscire a staccare gli occhi dal modo francamente osceno in cui Dean era stravaccato sul letto. Non aveva mai capito come aveva fatto a crescere una tale puttanella.
- Alzati. - ringhiò - È un ordine.
Dean sorrise senza scomporsi e fece quanto richiesto. Si avvicinò a John fino a trovarsi a pochi millimetri dal suo volto, e gli soffiò sulle labbra un - Sissignore. - che fece a John cose che avrebbero dovuto essere illegali.
Nessuno avrebbe potuto dire che John non ci provasse, a resistere alle tentazioni, ma per voltare le spalle a Dean in quel momento sarebbe servita la tempra di un monaco. John lo afferrò per i capelli, costringendolo a reclinare il capo all'indietro, scoprendo la gola sulla quale ancora spiccava uno dei segni della notte precedente. Affondò il volto nell'incavo del suo collo.
- Cosa devo fare con te?
- Scoparmi non sarebbe una cattiva idea, per cominciare.
Quel ragazzo sarebbe stata la sua morte.
Sempre che non fossero morti prima per mano di qualche stronzo sovrannaturale, ovviamente. In quel caso, gli agenti Plant e Page (John giurava che le giovani generazioni erano davvero rovinate se non riconoscevano come palesemente falsa una simile accoppiata di nomi -Dean ovviamente era l'eccezione che confermava la regola, nonché lo spiritoso che fabbricava loro i documenti con alias sempre meno credibili) avevano ricavato ben poco dalla chiacchierata con la polizia locale, così si erano diretti verso la casa dell'ultimo degli scomparsi. Fin lì, niente di pericoloso (a parte rischiare la galera per aver impersonato degli agenti federali, ovviamente, ma ormai quello John non lo contava nemmeno più nei rischi).
Ad aprire fu una giovane donna, gli occhi rossi di chi non dorme da giorni, ma per il resto impeccabile in un tailleur grigio.
- È per Alec? - domandò immediatamente.
- Sì. Dovremmo fare qualche domanda. Lei dev'essere la sorella... Vivian, vero? - chiese Dean.
La donna gli rivolse un sorriso triste. - La cognata, ma per me è sempre stato come un fratello. Prego, entrate. - disse, facendo loro strada - Ah, a proposito, io sono Anne. Se non vi dispiace, posso rispondere io alle vostre domande. - rivolse loro uno sguardo contrito - Sono finalmente riuscita a convincere mia moglie a prendere un sonnifero, e non chiudeva occhio da quando Alec è sparito. Si sente responsabile.
Dean le rivolse uno sguardo comprensivo, e John ricordò in che condizioni era quando Sammy era sparito. Salvo che in quel caso Sam era scappato di sua spontanea volontà e a quanto pare se l'era cavata benissimo senza di loro, a giudicare da quanto gli era dispiaciuto lasciare Flagstaff una volta che l'avevano ritrovato.
- In ogni caso, - aggiunse Anne - se la colpa è di qualcuno, è mia. La polizia non ha voluto crederci. - sbuffò, visibilmente contrariata - Hanno detto che doveva essersi allontanato di sua spontanea volontà, ma io so che non è così.
- Si spieghi.
- Alec stava cercando di smettere di bere. - si morse il labbro inferiore e deglutì un paio di volte.
- Perché dice che la colpa è sua? - chiese John.
- Sono stata io ad insistere perché venisse a stare da noi. Ma stava andando tutto così bene! Questa è una piccola città, agente, tutti sanno tutto. Quindi quando abbiamo provato a denunciare la sua scomparsa chi hanno riso in faccia e ci hanno detto che l'avremmo ritrovato al bar. Ma Alec chiamava sempre me o Viv se sentiva di essere sul punto di cedere. Non credo sia solo andato ad ubriacarsi e poi si sia perso.
John e Dean fecero ancora qualche domanda, e tornarono al motel con qualche pista in più.
Dopo alcune ricerche, Dean esclamò: - Ce l'ho!
- Cos'è?
- Guarda. - indicò un punto sullo schermo del suo computer, nel mezzo di una mappa - Qui c'è una caserma abbandonata. E le sparizioni sono avvenute qui - indicò altri punti - qui e qui. È abbastanza vicina. E il referto dell'unico corpo ritrovato sembra corrispondere - aprì l'agenda e indicò la pagina - a quello che fa questo brutto figlio di puttana.
Un djinn. Uno stramaledetto djinn. Ogni cacciatore aveva i suoi nemici particolari: per Dean erano le streghe, per le quali non perdeva occasione di ribadire il proprio odio, e per John erano i djinn. Quei cosi gli davano i brividi in maniera più sgradevole di qualsiasi altra creatura. Un motivo in più per volersene liberare al più presto.
Uscirono di corsa e raggiunsero il posto in meno di dieci minuti.
Dean ghignò porgendogli uno dei due paletti. - Prego, serviti pure. Io vado a cercare Alec. È stato preso da poco, siamo ancora in tempo.
John pensò che un giorno avrebbe dovuto trovare il modo di esprimere quanto fosse fiero di Dean, del modo in cui la possibilità di salvare una vita lo metteva di buon umore, della dedizione totale con cui si buttava in ogni singolo caso, di quanto fosse un ottimo cacciatore e un essere umano meraviglioso.
Appena entrati nella caserma abbandonata si divisero.
- So che sei qui, brutto bastardo tatuato. Perché non vieni a prendermi... se ci riesci?
In linea generale, provocare una creatura abbastanza potente da spedirti in una realtà alternativa mentre ti succhiava via la linfa vitale era una pessima idea. Ma c'era una cosa che John aveva imparato nel corso degli anni, ed era che i djinn erano permalosi. Molto permalosi. E quando si sentivano offesi cercavano di fare scena più che di colpire accuratamente, rendendoli più vulnerabili. A John prudevano le mani dalla voglia di sentir colare il sangue di quel bastardo.
Nel frattempo Dean aveva trovato la sala dove il djinn teneva le sue vittime. Come avevano previsto, le prime due erano già morte. Ma ce n'era uno che ancora respirava, e, per quanto malridotto, Dean riconobbe il ragazzo delle foto che Anne aveva mostrato loro. Si affrettò a tirarlo giù.
- Viv? - mormorò il ragazzo, guardandosi intorno con occhi vacui.
- No, ma adesso ti portiamo da lei, va bene?
Alec sorrise e chiuse gli occhi, poi gli ai afflosciò fra le braccia. Dean rimase immobile per alcuni secondi. Erano arrivati in tempo, dannazione! Non potevano averlo perso così! Stupido, stupido ragazzo, perché aveva deciso di morire appena libero? E adesso sarebbe toccato a loro dirlo alla sorella, e non era affatto giusto. Dean scrutò il volto esangue come a volerlo accusare. Inghiottì il groppo che gli serrava la gola e si alzò proprio mentre John lo raggiungeva di corsa.
- Niente da fare. - comunicò, asciutto.
John si chinò sul corpo di Alec per ricontrollare eventuali segni di vita. Niente da fare, no.
Sistemarono quel casino, inventarono una scusa plausibile e avvertirono le autorità locali. Durante tutte le procedure, John si accorse di come Dean fosse assente, abbattuto.
Una volta usciti dalla casa di Alec (era stato Dean ad insistere per comunicare la sua morte di persona), poi, gli sembro ancora più frustrato e triste.
- Non possiamo sempre salvare tutti, Dean. - cercò di ricordargli John mentre si dirigevano verso il parcheggio.
Dean non rispose, ma si appoggiò a lui, quasi nascondendo il volto contro il suo petto. Dean 'no chick-flik moments' Winchester, che si sarebbe fatto tagliare un braccio piuttosto che farsi coccolare, figuriamoci in un luogo pubblico -per quanto deserta fosse la strada in quel momento. John gli passò un braccio intorno alle spalle e lo guidò verso la macchina.
Si appoggiarono alla fiancata e rimasero fermi, in silenzio nella notte per un'eternità, Dean con le mani in tasca e le spalle chine, lo sguardo ostinatamente rivolto in avanti a prevenire ogni contatto.
A John venne in mente un ragazzo che aveva combattuto con lui in Nam, uno di quelli che era anche tornato a casa. Ormai non doveva essere più un ragazzo, si ricordò John, doveva avere la sua età. Una volta l'aveva consolato mentre piangeva per non essere riuscito a salvare un suo compagno, gli aveva offerto una sigaretta (una delle poche rimaste asciutte in quel clima di merda, e per questo preziosissima) e gli aveva giurato di non raccontare a nessuno di averlo visto in quelle condizioni. Come se la guerra non avesse già ridotto uomini più maturi ed esperti di lui a masse singhiozzanti e disperate. Non gli piaceva ricordare quel periodo e tanto meno parlarne.
Affondò le mani nelle tasche della giacca e tirò fuori un pacchetto. Prese una sigaretta per sé e poi lo mise sotto il naso a Dean.
Questi alzò finalmente lo sguardo, scrutandolo con aria interrogativa.
- Prendi.
- L'ultima volta che mi hai beccato a fumare per poco non mi cacciavi. - ribatté Dean sospettoso - Cos'è questo cambiamento?
- Avevi quindici anni. - precisò John - C'è una certa differenza.
- Mi stai dicendo che posso smettere di nascondere le sigarette nella scatola di preservativi?
- Non mi fa particolarmente piacere, ma non sono esattamente l'esempio giusto per importi di smettere. - rispose John, accendendosi la propria.
- Tanto non è che arriveremo alla vecchiaia. - commentò Dean, prendendogli l'accendino.
L'istinto lo fece muovere così in fretta che John ci mise un attimo a realizzare di aver afferrato Dean per i polsi, inchiodandolo alla macchina e facendogli cadere per la sorpresa sigaretta e accendino. - Non dirlo neanche per scherzo. - ringhiò.
Ma Dean aveva smesso da tempo di lasciarsi spaventare dai suoi scatti d'ira. - Perché sai che è vero? Andiamo, papà, c'è un motivo perché fare il cacciatore non è un lavoro che viene col fondo pensione.
- Non voglio sentirti parlare di questo cose come se fosse tutto un gioco.
Dean si adombrò. - So benissimo che non è un gioco, signore. Conosco i rischi e li accetto, ecco tutto.
- Io non li voglio accettare! - protestò John, sapendo di essere incoerente. Era stato lui a trascinare i suoi figli in quella vita, e anche se era ancora certo che fosse meglio saperli preparati a qualsiasi cosa l'assassino di Mary avesse in mente, non poteva negare che ci fossero anche altri rischi. Sapeva anche che ormai, qualsiasi cosa avesse detto o fatto, Dean non avrebbe smesso di cacciare. Ma John non poteva contemplare l'idea che potesse succedergli qualcosa, era troppo importante per lui. Se si fosse messo a calcolare realisticamente i rischi probabilmente avrebbe rinchiuso Dean in una gabbia di ferro in mezzo ad un deserto di sale.
In qualche modo, Dean si era liberato della stretta sui suoi polsi e ora aveva preso le mani di John fra le sue. - Ho un certo rispetto per la tua intelligenza, - sbuffò - quindi non chiedermi di prometterti che non mi succederà mai niente, perché non lo farò. - il suo tono era ruvido, quasi scocciato, ma da suo figlio John non si sarebbe aspettato niente di diverso. Nessuna grande dichiarazione, nessuna promessa. Ma lo stava guardando dritto negli occhi senza lasciare le sue mani, rivelandogli probabilmente più di quanto non avrebbe voluto. Che aveva paura anche lui, che non ci teneva a morire giovane, che ancora di più lo spaventava l'idea di dover essere lui a seppellire John di lì a poco. E che erano tutti rischi che conosceva, e avrebbe continuato a correre. Era orgoglioso, testardo e maledettamente bravo in quello che faceva, e aveva John al suo fianco, e confidava di avere sempre le spalle coperte.
E... era intrappolato fra lui e la fiancata dell'Impala, le sue labbra erano vicine ad invitanti e John non chiedeva altro di poter baciare via il leggero broncio e le rughe di tensione sulla sua fronte.
Dean gli lasciò subito accesso alla sua bocca, inclinando il capo e aggrappandosi alla sua giacca. Tempo due minuti e si stava già strusciando contro di lui, premendogli addosso la sua erezione intrappolata nei jeans. John gli infilò un ginocchio fra le cosce, stuzzicandolo, e Dean gettò indietro la testa, iniziando a mormorare una trafila di oscenità. Quello era il segnale che Dean era definitivamente partito per il reame dei sensi e che non avrebbe sentito ragione prima di essere venuto una volta o due.
- Oh, cazzo, sì. Lo senti? - si strofinò contro la sua gamba - Potrei venire così - lo informò con voce strozzata - senza neanche toccarmi.
Gli affondò una mano fra i capelli e riprese: - Ma tu non lo vuoi, vero? Vuoi avere il tempo di spogliarmi, di guardarmi, vero?
Su questo, John non aveva niente da obbiettare in linea generale, perché sentire i contorni definiti di quei muscoli e il calore della sua pelle al di sopra dei vestiti non era neanche lontanamente abbastanza, ma se Dean continuava a parlare con quella voce ruvida e implorante allo stesso tempo John dubitava che avrebbe resistito abbastanza a lungo da spogliarlo.
- Brutta notizia per te, - continuò Dean - perché io non ho nessuna intenzione di aspettare. Voglio che mi scopi qui ed ora. - lo baciò rapidamente, quasi con violenza - Fottimi fino a farmi dimenticare anche il mio nome. - ordinò. Al che John perse ogni briciola di autocontrollo.
Lo afferrò per un braccio, allontanandolo bruscamente dalla macchina. Mentre cercava di infilare la chiave nella toppa si accorse che gli tremavano le mani. Quando finalmente ebbe aperto la portiera posteriore, spinse dentro Dean, e poi lo seguì. Muoversi in uno spazio tanto ristretto era una sfida, ma una che avevano già vinto più di una volta. Dean aveva già calciato via gli stivali, e John gli levò i pantaloni, incurante del fatto che da una parte gli erano rimasti intorno alla caviglia.
Si contorse per raggiungere lo scompartimento davanti, ma Dean lo fermò.
- 'Fanculo al lubrificante, papà, basta che ti muovi.
- Preferisco che tu sia in grado di camminare, domani.
Dean alzò gli occhi al cielo e stavolta lo lasciò fare, ma borbottò: - Come se non fosse mai successo.
- Sei il ritratto dell'impazienza!
- Sai com'è, ho tra le gambe la scopata migliore della mia vita e questo non si sbriga.
John avrebbe voluto ribattere qualcosa su quel complimento, ma anche il suo cervello non è che fosse poi troppo connesso in quel momento. Si lasciò strappare di mano la bottiglietta, e guardò Dean mentre se ne versava un po' sulle dita e poi iniziava a prepararsi. Era una cosa che a John di solito piaceva fare, e con calma, fino ad avere Dean che tremava ed implorava, ma doveva ammettere che anche guardarlo era dannatamente eccitante.
Non durò molto, però. Dean si versò dell'altro lubrificante sulla mano e poi la portò sulla sua erezione. John sibilò al contatto con la sostanza fredda e Dean commentò: - L'hai voluto tu.
- Taci.
- Sissignore. - rispose Dean, spalancando le gambe.
John entrò in lui con una sola spinta. Non perse tempo a fare piano o a cercare di essere gentile, ma iniziò immediatamente a muovere i fianchi. Dean veniva incontro ad ogni sua spinta, mugolando e ansimando.
- Così, così, così! - gli affondò le dita nei fianchi così forte che John era sicuro gli avrebbe lasciato i segni - Più forte! - quando John lo accontentò, Dean si sciolse in un miagolio inintelligibile, ma non durò a lungo: - Non me ne frega niente di camminare dritto, voglio sentirti fino alla settimana prossima, dio, sì, oh sì!
Se avesse avuto un briciolo di lucidità rimasta, John si sarebbe chiesto da chi avesse preso un linguaggio simile, perché lui aveva imparato ad imprecare nei Marines e aveva disimparato appena ne era uscito, e davanti ai suoi figli si era sempre trattenuto. Avrebbe pensato che dovevano essere stati i porno, Dean aveva sempre avuto una passione smodata per i porno. Questo, ovviamente, se avesse avuto una mente con cui concentrarsi. Invece quella stringa pressoché ininterrotta di sconcezze gli stava mandando come sempre una scia di brividi lungo la schiena. Non sarebbe durato ancora a lungo, ma Dean sembrava non avere nulla in contrario a giudicare dagli: - Non hai idea di cosa mi faccia, sentirti venire dentro di me... - gli allacciò le gambe dietro la schiena, tirandoselo impossibilmente vicino, e John fece appena in tempo a posare la fronte contro la sua prima di essere sconquassato da un orgasmo così intenso da lasciarlo quasi stordito.
- I suoni che fai quando vieni, non te ne accorgi nemmeno, vero, papà? E poi sono io la puttana, mmph- qualsiasi cosa stesse dicendo fu interrotta, inghiottita dal piacere.
Ci volle un bel po' prima che riuscissero a riprendere fiato, per non parlare del muoversi. Quando però lo fecero, sbottarono all'unisono: - Attento al sedile!
Second Cigarette
Ovviamente John aveva visto Dean flirtare con centinaia di ragazze. O, per la precisione, aveva visto centinaia di ragazze gettarsi letteralmente fra le sue braccia. Non che le biasimasse. Bastava che Dean fosse di buon umore e sorridesse un paio di volte e nel giro di mezz'ora si ritrovava coi numeri di tutte le cameriere del locale scritti sugli scontrini, sui tovaglioli, su ogni superficie disponibile.
Quando si trattava di tirare fuori informazioni a qualche testimone o ottenere favori per le indagini, poi, era decisamente utile, e John aveva imparato a conviverci. Non gli piaceva, ma nello stesso tempo non gli piaceva veder Dean buttare tutti i numeri delle cameriere appena usciti da un locale. La vita che facevano gli aveva tolto ogni possibilità di instaurare normali rapporti duraturi, e da quando aveva anche smesso di buttarsi tra le braccia di ogni donna che incontrava, John sapeva che era ancor meno probabile che un giorno Dean riuscisse a staccarsi da lui, a mettere su famiglia, a superare quella che era stata la loro vita fino a quel momento.
- Perché continui a buttarli?
Dean si strinse nelle spalle. - Che me ne faccio?
- Be', - John si sforzò di mantenere un tono leggero - non devo essere io a spiegartelo, no?
- Non è che non ti ricordi più, vecchio mio? - Dean gli rispose a tono, ma il suo sguardo si era fatto improvvisamente distante.
Quando arrivarono al motel, Dean non lo seguì in camera. Bene, John gli avrebbe lasciato il suo tempo. L'avrebbe fatto, davvero.
Dopo dieci minuti era fuori. Dean doveva essere rimasto lì, perché non aveva sentito il rumore della loro bambina. Infatti lo trovò seduto sulle scale di metallo di un'uscita di emergenza, i gomiti poggiati sulle ginocchia.
- Che fai? - chiese John.
- Pensavo.
- A cosa?
- Quando dici che ti va bene se esco con altra gente... - Dean soffiò una nuvoletta di fumo, e John non poté fare a meno di notare quanto fosse bello, il profilo virile illuminato dalla pallida luce di un neon lontano, le labbra strette intorno alla sigaretta e le lunghe ciglia abbassate sugli occhi.
- Lo pensi davvero? - domandò infine Dean, senza voltarsi a guardarlo.
John avrebbe dovuto prevederlo. Suo figlio era troppo sveglio per il suo stesso bene, a volte. - No. - ammise. Raramente in vita sua una singola sillaba gli era costata tanto, ma dopo averla pronunciata si sentì sollevare un peso dal petto.
- No. Non vorrei vederti con nessuno che non sia io. Ma non mi sembra giusto importi-
- Per dio, John! - sbottò Dean, sorprendendolo. Erano rare le volte in cui lo chiamava per nome, e John aveva imparato che era sinonimo di guai, erano i momenti in cui Dean cercava di prendere le distanze, di non chiamarlo 'papà' perché era troppo poco e non era ancora abbastanza, né lo chiamava 'signore' perché non erano questioni di caccia.
- Forse non te ne sei accorto, ma non sono più un bambino. Non c'è niente che tu possa impormi, se io non lo voglio. I tuoi ordini, li seguo perché so che sai quello che fai, perché mi fido. Così per il resto. Vedi di superare questi maledetti sensi di colpa. - lanciò via la sigaretta ormai terminata e si voltò a guardarlo negli occhi per la prima volta - Ammettiamolo, la nostra vita è uno schifo. Almeno non complichiamocela più del dovuto, okay? Se... se è perché ci hai ripensato però devi dirmelo. - gli chiese, deciso ma con un sottile, quasi impercettibile, tremore nella voce - Onestamente, pa', questo me lo devi.
Ripensato? Ripensato a cosa esattamente? John non era così innamorato dai tempi di Mary e sì, nella sua testa il tutto suonava ancora atrocemente sbagliato, ma non poteva lasciar credere a Dean che non lo volesse più.
Gli prese il volto fra le mani e lo baciò teneramente, resistendo ai suoi assalti disperati. Voleva prendersi il suo tempo, tenerlo fra le braccia e mostrargli quanto fosse prezioso per lui come a parole non sarebbe mai riuscito a fare. Voleva sentire il sapore di tabacco sulle sue labbra e ascoltare il suo respiro, voleva tenerlo al sicuro anche solo per qualche minuto.
Third Cigarette
Il suono emesso da Dean non avrebbe potuto essere catalogato altro che come un ringhio, la minaccia di un animale feroce che vede minacciato il suo territorio.
John si voltò appena in tempo per vedere che la sua espressione non era meno minacciosa, prima di ritrovarsi con un suo braccio intorno alla vita, la mano sul suo fianco un po' più in basso di quanto non sarebbe stato appropriato.
La donna con cui stava parlando li guardò per un istante e poi si allontanò, rientrando nel diner così in fretta da far pensare ad una fuga.
- Dean, cosa-
- Non credo che provarci con la bionda del tavolo accanto rientri nei nostri accordi.
John alzò gli occhi al cielo, divertito e solo vagamente esasperato. - Non ci stavo provando.
- Ma lei ti stava mangiando con gli occhi.
- Dean! Le ho solo chiesto se aveva da accendere, dato che il mio ultimo zippo è finito in una tomba perché qualcuno - scoccò un'occhiataccia a Dean - non si è ricordato di comprare i fiammiferi.
Il ragazzo ignorò il rimprovero e proseguì. - La scusa più vecchia del mondo per provarci, papà. Ovvio che poi la poverina si sia fatta l'idea sbagliata. - tirò fuori dalla tasca il suo accendino e lo avvicinò alla sigaretta che John aveva fra le labbra - Soprattutto con un pezzo d'uomo così davanti. Le donne ci perdono la testa, per il bel tenebroso.
John rise sotto i baffi. - Solo le donne?
Per tutta risposta Dean gli fece scivolare una mano sotto la maglietta, iniziando ad accarezzargli il fianco, facendo scivolare il dita lungo il profilo del bacino e arrivando appena a sfiorare l'orlo dei pantaloni per poi ritirarsi. Un attimo dopo John si ritrovò premuto contro il muro nella viuzza dietro il diner, le mani di Dean che annaspavano sulla sua cintura e poi si gli si insinuavano nei boxer e si stringevano intorno al suo sesso già eretto.
- Oh. - commentò Dean - E questo è per me o per la bionda?
- Fanculo, Dean.
- Magari più tardi, eh? - gli soffiò contro il collo. Lasciò una scia di baci umidi lungo la linea della sua mascella e sul collo. Si fermò a mordere e succhiare il punto in cui il collo si congiungeva con la spalla, facendolo tremare di piacere e staccandosi solo per mormorargli: - Quando avrò finito ti resterà il segno per giorni.
John non era abituato a trovarsi in quella posizione, ma, oh, Dean sapeva come tenerlo fermo con quella bocca e quelle mani. Una si muoveva con lentezza esasperante sulla sua erezione, il pollice a stuzzicargli la punta in quel modo che lo mandava fuori di testa, mentre l'altra si era insinuata nella tasca posteriore dei jeans e lo artigliava con forza, impedendogli di muovere i fianchi come avrebbe voluto.
Quando gli sfuggì un gemito, Dean si affrettò a tappargli la bocca con un bacio. Baciava esattamente come combatteva, senza risparmiarsi e buttandosi sempre avanti. Ma John sapeva come prenderlo, una mano dietro il collo a tenerlo fermo e la lingua contro la sua, i denti contro le sue labbra, non abbastanza forte da fare male, ma quel tanto che bastava per lasciarle arrossate e invitanti. Inghiottì i mugolii di Dean e i propri, i suoni attutiti nel bacio per non rischiare di essere sentiti. L'orgasmo lo colpì a sorpresa quando Dean accelerò i suoi movimenti, e John sentì tutti i muscoli del proprio corpo cedere al piacere. Solo l'essere schiacciato fra Dean e il muro gli impedì di perdere l'equilibrio, mentre il respiro gli rimaneva intrappolato nei polmoni e brividi caldi gli risalivano lungo il bassoventre.
- Cazzo, Dean.
- Mh-mh. - sussurrò questi sornione - Meglio chi sa come maneggiarlo a dovere, vero? Niente più biondine?
- Se questo è il risultato, penso che ne troverò una ogni sera. - lo prese in giro John, riabbottonandosi i pantaloni.
- Dovrò impegnarmi di più, allora.
- Io direi di portare questa discussione al motel, eh?
Il sorrisetto compiaciuto di Dean era una risposta più che sufficiente.
Current Mood: ecstatic
Current Music: Inna (and I'm not even sorry)
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